Premessa: Hamnet (come il titolo del nuovo film della regista premio Oscar Chloé Zhao) e Hamlet (Amleto) sono in realtà lo stesso nome, intercambiabili nei registri di Stratford-upon-Avon, in Inghilterra, tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Ecco che quindi la tragedia del principe adolescente che sopravvive al padre assassinato, uno dei più famosi capolavori di William Shakespeare, nasconde un altro, più terribile dramma: quello della scomparsa di un bambino di soli 11 anni a causa della peste. Una morte che per lungo tempo è stata «una nota a piè di pagina nella storia del suo famosissimo padre» per usare le parole di Maggie O’Farrell, autrice di Nel nome del figlio. Hamnet (Guanda, 2021), che ha co-sceneggiato la trasposizione cinematografica con Jessie Buckley e Paul Mescal, che interpretano rispettivamente Agnes (il nome con cui la moglie di Shakespeare, Anne Hathaway, viene menzionata nel testamento del padre) e il Bardo stesso, rappresentato però senza i tipici orpelli da film in costume.
È il loro amore per il figlio e il dolore viscerale, crudo, della perdita a rendere il film di Zhao profondamente coinvolgente e commovente. «Ho avuto paura della morte per tutta la vita e, di conseguenza, ho avuto paura anche dell’amore» racconta la regista. «Non sapevo come tenere il cuore aperto di fronte alla transitorietà della vita». La catarsi, che culmina nella rappresentazione dell’Amleto sul palco del Globe Theatre, è rappresentata quindi dell’arte. «La ragione profonda per cui ho realizzato questo film è quella di disilludere la paura di ciò che accadrà, la paura di non avere il controllo sulle nostre vite, di non conoscere più l’amore incondizionato, e infine la paura della morte, una morte senza senso». Zhao ci mostra che l’amore non muore, si trasforma e che questa metamorfosi, «la capacità di alchimizzare le nostre esperienze, non importa quanto dolorose siano» è la più grande forza dell’essere umano.