Uno dei quadri più cari al mondo è questo: si intitola «Shot Sage Blue Marilyn», raffigura una stilizzazione del volto di Marilyn Monroe ed è stato realizzato nel 1964 da Andy Warhol. Nel 2022 è stato venduto all’asta da Christie’s per 195 milioni di dollari. Quando eseguì questa serigrafia, Warhol era l’artista più popolare (e chiacchierato) di New York e l’attrice, morta da due anni, riempiva ancora le cronache dei giornali con ricordi, dubbi, illazioni. Warhol allora ebbe un’idea geniale: Marilyn e altri personaggi, specie quelli del cinema, stavano diventando oggetto di una vera e propria devozione moderna, alimentata dai giornali, dalla televisione, dalla pubblicità. E così lui decise di isolare il volto dell’attrice in un primissimo piano, proprio come quello delle icone mariane che avevano popolato la sua giovinezza. Cresciuto in una famiglia di osservanza cristiano-ortodossa, a Pittsburgh, Warhol intuisce che Marilyn è una moderna madonna da osannare, emulare, persino pregare proprio come quella che, due decenni dopo, diventerà una delle più celebri artiste pop, Madonna, appunto. La quale ebbe l’intelligenza di cogliere lo sguardo di Warhol e scegliere un nome d’arte simile. È solo uno degli snodi della vita e dell’opera di questo artista nato nel 1926 e morto nel 1987. Seconda generazione di una famiglia immigrata dall’Est Europa, Warhol ha cambiato non solo il nostro modo di concepire l’arte, ma è letteralmente entrato nelle nostre vite: quando vediamo l’immagine di una zuppa in scatola, immediatamente pensiamo a lui, così come basta l’icona di Mao o di Jacqueline Onassis per farci venire in mente una delle sue serigrafie. E da qualche tempo in Italia c’è un nuovo museo dove si possono scoprire meglio le sue opere: nel Palazzo della Ragione di Mantova ha trovato casa la collezione di Ileana Sonnabend, mercante, gallerista ma soprattutto talent scout in America dagli Anni Sessanta in poi. Fu lei, ancora prima del marito, il celebre gallerista Leo Castelli, a intuire le potenzialità di Warhol, che sul finire degli Anni Cinquanta era un pubblicitario di successo nella New York dei cosiddetti Mad Men, quelli che lavoravano in Madison Avenue e che hanno ispirato una delle serie televisive di maggior successo degli ultimi decenni. Cosa importante, questa: grazie al suo lavoro nella comunicazione e nel marketing, Andy comprese che allora - come oggi del resto - ci passano davanti ogni giorno migliaia di immagini che si contendono la nostra attenzione. Zuppe in scatola, abiti, mobili, notizie, app per trovare l’anima gemella, appelli di valenza sociale. Tutto si mescola sotto i nostri occhi, tutto passa sullo stesso piano, facendo perdere peso alle cose. Warhol intuì che le immagini - come anche le cose reali di tutti i giorni - non erano più vissute e assorbite, ma consumate. E da questa straordinaria intuizione nacque il nucleo della sua opera: immagini reiterate, ripetute, sostituibili, dal valore puramente commerciale. Ogni cosa nasce, si consuma e viene rimpiazzata, anche le sue serigrafie. Delle cose non recepiamo che un simulacro, una rappresentazione, senza avere mai il tempo di soffermarci in esse e farle diventare durature. Ma c’è dell’altro. Warhol era perfettamente consapevole che quel mondo non rappresentava tutta l’America, anzi, era l’espressione di una minuscola – sebbene rilevante e con un certo peso specifico – parte degli Stati Uniti. Era New York, con le sue logiche pubblicitarie e commerciali, molto lontane dai simboli yankee, dal settarismo puritano o da quegli altri valori che ancora oggi, molto più di quello che pensiamo, sono radicati negli States. Ecco perché ancora oggi Warhol è conosciuto, riconosciuto e citato ma non amato quanto altri artisti, per esempio Edward Hopper, che hanno raccontato la parte in ombra dell’America, fatta di solitudine, emarginazione urbana e difficoltà. Però, ancora oggi, quando ci stupiamo di fronte a un presidente americano che si contraddice senza fare una piega, oppure auspica senza pudore di trasformare Gaza in un resort, forse dovremmo ricordarci della lezione warholiana: se accettiamo che ogni cosa ci passi davanti agli occhi, che venga consumata e dimenticata, finiremo per considerare la vita stessa come un breve video promozionale, che abita lo spazio di un’emozione e poi trascorre, leggero.